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Putto con delfino

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Scultore manierista del XVI secolo, ambito di Giovanni Angelo Montorsoli

s122

SCULTORE MANIERISTA DEL XVI SECOLO, ambito di GIOVANNI ANGELO MONTORSOLI (Montorsoli, 1507 – Firenze, 1563)

Putto con delfino

marmo bianco, cm. 90x35x45

Il gruppo scultoreo che qui presentiamo raffigura un putto che cavalca un delfino, riconducibile all’epoca manierista secondo lo studio condotto dal prof. Fattorini.

È probabile che la nostra scultura fungesse da elemento ornamentale di una fontana, con l’acqua che sgorgava dalla bocca dell’animale, oggi sigillata.

Come ricorda Fattorini nel suo scritto, l’associazione tra la figura del putto e una creatura marina è un motivo ricorrente nella scultura italiana del Rinascimento, già a partire dal Quattrocento. Esempi notevoli includono il Putto col delfino in bronzo del Verrocchio, originariamente concepito per la fontana di Villa Medici a Careggi, e il Putto morente di Giovanni Lorenzo Bernini al Bode Museum di Berlino; il tema è stato riproposto nelle decorazioni della Cappella delle Reliquie nel Tempio Malatestiano a Rimini, opera di Agostino di Duccio, e nel camino di Desiderio da Settignano (n. 5086-1859) al Victoria and Albert Museum di Londra.

L’immagine di un putto a cavallo di un pesce (o un mammifero marino) potrebbe avere avuto origine nella scultura antica, in particolare nel Satiro a cavallo di un delfino (Villa Borghese, Roma), da cui derivò.

Un soggetto simile era destinato inevitabilmente a essere accolto negli elementi di corredo di alcune delle principali fontane monumentali del Cinquecento, come quella tribolesca di Ercole e Anteo nella Villa Castello, opera del messinese Orione di Giovanni Angelo Montorsoli, o quella bolognese del Nettuno di Giambologna. Una di queste fontane, più piccole, era il Putto a cavallo di un delfino (n. 1116) dello Szépművészeti Múzeum di Esztergom, che mostra un’impostazione simile al nostro gruppo.

Nella nostra scultura si nota “un’attenzione più meticolosa nella resa delle scaglie e delle pinne del grottesco animale marino, che esibisce minaccioso la dentatura e attorciglia con eleganza la pinna caudale dietro la testa del giovinetto, il quale leva la destra a sorreggerla, in un gioco complicato e con un movimento innaturale, di chiara matrice michelangiolesca.” 

Possiamo pertanto affermare che il gruppo scultoreo rientra nei canoni del Manierismo, verso la metà del Cinquecento, quando figure di questo genere iniziarono a divenire assai popolari a Firenze, diffondendosi anche oltre i confini della Toscana.

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