LUCA GIORDANO
Napoli, 1634-1705
Olindo e Sofronia
olio su tela, cm 62×78
L’episodio qui raffigurato, tratto dalla Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso (II, 14-36), narra una vicenda intensa e ricca di valori morali, particolarmente apprezzati dalla cultura del XVII secolo. Per salvare la vita dei cristiani di Gerusalemme, tutti accusati dal re Aladino della misteriosa scomparsa di un’immagine sacra, la giovane cristiana Sofronia si assume la responsabilità dell’accaduto, affrontando con coraggio la condanna al rogo. Olindo, segretamente innamorato di lei, tenta a sua volta di addossarsi la colpa pur di salvarla; il suo gesto, tuttavia, non evita che entrambi vengano condannati. Sarà infine Clorinda, l’eroina musulmana, a intervenire per salvarli: nel dipinto è raffigurata a cavallo mentre indica i due giovani come esempio di verità e giustizia. Come confermato da Nicola Spinosa, autore di uno studio dedicato al dipinto, questa tela è opera autografa di Luca Giordano. Il pittore napoletano, tra i principali protagonisti della pittura del Seicento europeo, realizzò tra il 1675 e il 1680 una grande composizione con lo stesso soggetto (cm. 363 × 375), insieme ad altre monumentali tele destinate alla residenza romana del marchese Marcantonio Grillo, marchese di Clarafuentes. In seguito passata nella collezione Balbi di Genova, l’opera approdò nel Palazzo Reale (Palazzo Durazzo) della stessa città, dove è tuttora conservata. Lo studioso sottolinea come il nostro dipinto inedito, che presenta numerose differenze rispetto alla composizione già appartenuta ai Grillo, debba essere considerato una “versione ridotta e con alcune varianti”, proponendone una datazione compresa tra il 1680 e il 1685. Le varianti più rimarchevoli riguardano innanzitutto la diversa disposizione delle figure di Olindo e Sofronia, nonché quella del carnefice in primo piano. Si nota inoltre l’assenza della figura del re Aladino, sostituita da un altro carnefice che reca tra le braccia un fascio di legname destinato al rogo. Cambia anche la figura collocata in basso a destra: al posto del servitore di colore con un levriero al guinzaglio, presente nella grande composizione, compare qui un giovane paggio biondo accompagnato da un cane di diversa razza. Quasi identica resta invece la figura di Clorinda a cavallo, così come, sullo sfondo a destra, si ritrova in entrambe le versioni il medesimo profilo della torre cilindrica, elemento delle mura di Gerusalemme che contribuisce a definire l’ambientazione della scena. Dal punto di vista pittorico, nonostante le dimensioni più contenute, la tela presenta una stesura abbreviata e rapida del colore, condotta con luminosi tocchi quasi “a macchia”. Tale qualità esecutiva suggerisce l’ipotesi che l’opera, al di là delle varianti compositive rilevate, possa essere interpretata come un bozzetto preparatorio per la grande composizione già appartenuta alle raccolte Grillo, poi Balbi e infine Durazzo.
Pubblicazioni:
“I tesori nascosti. Tino di Camaino, Caravaggio, Gemito”, catalogo di mostra a cura di Vittorio Sgarbi, Fondazione Pietrasanta Polo museale, Maggioli Musei Edizioni, Rimini, 2017, pp. 172-175.


