NICCOLÒ BAMBINI

(Venezia, 1651 – 1736)

Venere e Cupido

olio su tela, cm. 92×113

Protagonisti del nostro dipinto sono Venere e Cupido, iconograficamente riconoscibili per la coppia di colombe bianche che accompagna la dea e l’arco, la faretra e le ali che caratterizzano il dispettoso dio fanciullo. 

Insieme alle due divinità assise in cielo si scorge anche la presenza di un altro putto alato seminascosto dietro una nuvola, un Erote, forse proprio Anteros, figlio della dea e fratello di Cupido.

I tratti della nostra tela trovano corrispondenza con lo stile del pittore veneziano Nicolò Bambini, apprezzato decoratore di ville e palazzi cittadini della città lagunare.

Formatosi nella bottega del pittore fiorentino Sebastiano Mazzoni (Firenze, 1611 – Venezia, 1678), si trasferì a Roma dove fu influenzato dalla scuola di Carlo Maratta. Nei primi decenni del XVIII secolo, Bambini subì una profonda fascinazione per Sebastiano Ricci, tanto da generare talvolta confusioni attributive tra i due artisti. La tela che presentiamo ha una qualità di invenzione e uno stile che la rendono opera tipica dell’artista. La testa della dea è una prova straordinaria dell’abilità pittorica di Bambini, che rende l’incarnato chiarissimo, i capelli dorati e l’acconciatura elegante con la corona che si legge nello spazio, grazie allo studio accurato dei riflessi metallici. Cupido presenta una fisionomia più ampia, definita da pennellate rapide che caratterizzano il suo volto, e che rimandano alla cultura barocca veneziana, risalente fino alle prove lagunari di Luca Giordano, tra gli artisti più influenti nella poetica di Niccolò. Il forte classicismo che si osserva in questo dipinto suggerisce una datazione nel corso del Settecento, periodo nel quale il pittore si reca a Roma e viene in contatto con la cultura di Carlo Maratta.