MARCO LIBERI
Venezia, 1644 – Doc. fino al 1696
Venere e amorini
olio su tela, cm. 136×164
Il dipinto si colloca pienamente nella cultura figurativa del Seicento veneziano, un contesto artistico in cui la dimensione allegorica e simbolica si intreccia strettamente con la ricerca del piacere visivo e della seduzione formale. Come osserva Fabrizio Magani, autore di uno studio sul dipinto, “la protagonista è Venere, rappresentata come incarnazione della bellezza, dell’amore e della seduzione, circondata da amorini che ne celebrano il potere”. Il gesto di spargere rose di questi assume infatti “quasi un valore rituale”, come se si trattasse di un’offerta simbolica alla forza universale dell’amore. A questa dimensione si affianca quella, altrettanto significativa, del lusso e della ricchezza: i gioielli, i vassoi colmi di oggetti preziosi e persino un piccolo fagotto evocano, come sottolinea il critico, “il legame tra amore, lusso e piacere sensibile”. Ne deriva una visione ambivalente, tipicamente barocca, in cui l’amore appare insieme seducente e insidioso, capace di elevare ma anche di ingannare, di arricchire ma al tempo stesso di corrompere.
Dal punto di vista stilistico, l’opera testimonia in modo evidente il rapporto stretto tra Marco Liberi e la lezione del padre Pietro, sebbene rielaborata in una direzione più misurata: “i modi esuberanti” del primo infatti, riscontrabili nei disegni raffiguranti il Ratto di Europa e la Leda col Cigno della Galleria Estense di Modena – che mostrano infatti soluzioni compositive affini, soprattutto nella resa del nudo femminile e nella costruzione dinamica del gruppo – “sembrano piegarsi a una nuova purezza della forma”. Questa maggiore compostezza formale si accompagna a un disegno più calibrato e a una sensibilità ormai aggiornata sugli orientamenti classicisti che, tra la fine del Seicento, si diffondono anche a Venezia sotto l’influenza dell’ambiente romano e bolognese. Un termine di paragone significativo è la Venere con Amorino conservata al Museo di Kiev, opera certa di Marco Liberi, con la quale la nostra opera condivide l’impostazione della figura femminile e il dialogo intimo con i putti. Nel complesso, il dipinto restituisce con efficacia quella sensibilità seicentesca attratta dalla grazia della giovinezza e dalla seduzione del corpo, ma anche consapevole della loro fragilità. È proprio questa tensione tra piacere e caducità, tra eleganza formale e allusione morale, a rendere l’opera di Marco Liberi un esempio significativo della cultura figurativa barocca veneziana, sospesa tra memoria del passato e rinnovamento stilistico.
L’opera fu nella collezione del matematico ungherese naturalizzato statunitense John von Neumann e della moglie Mariette, alla quale era stata donata dai genitori, i coniugi Géza Kövesi di Budapest, in occasione del suo matrimonio con von Neumann nel 1929.


