GIOACCHINO D’ADDA
Milano, 1794 – 1829
Diana al bagno
olio su tela, cm. 112×84
Firma e data in basso a destra: G. D’Adda 1817
In una vasta e profonda voragine scavata nella roccia, una cascata si fa strada tra le rocce fino ad infrangersi su dei massi. Ai piedi di questa, un piccolo laghetto, sulle cui rive la dea della caccia Diana e le sue ninfe sono intente al piacere di un bagno in mezzo alla natura. Sullo sfondo, possiamo scorgere un branco di cani all’inseguimento di un cervo: questo elemento ci permette di collocare la scena in un preciso momento del mito di Diana e Atteone, narrato da Ovidio nel terzo libro delle “Metamorfosi”. Il giovane cacciatore, imbattutosi inconsapevolmente nella dea al bagno, viene da lei trasformato in un cervo affinché non riveli ad altri ciò che ha appena visto. A quel punto però, i segugi di Atteone, non avendolo riconosciuto nelle nuove fattezze animali, lo inseguiranno per poi sbranarlo alla fine di una disperata fuga.
Il nostro dipinto testimonia la vasta eco dell’iconografia legata al medesimo mito, già esplorata nei secoli precedenti da artisti come Carlo Maratta (1625 – 1713), al quale viene attribuito un dipinto “Paesaggio con Diana e Atteone”, eseguito in collaborazione al suo contemporaneo, il paesaggista Gaspard Dughet (1615 – 75) (1657 – 59, Chatsworth, Devonshire Collection). Di quest’ultimo la nostra opera riprende lo stile e il gusto per i paesaggi rocciosi e i corsi d’acqua, elementi che influenzeranno profondamente la pittura romantica tra gli ultimissimi anni del XVIII e i primi decenni del XIX secolo.
Sebbene il dipinto rechi la firma “Gioacchino D’Adda”, l’identificazione certa dell’autore resta problematica. Tuttavia, la datazione fornita dallo stesso autore sull’opera rappresenta un indizio rilevante: è plausibile che si tratti del marchese Gioacchino D’Adda, padre del più noto Girolamo, e autore del volume “Raccolta delle migliori fabbriche, monumenti, ville, antichità di Milano e suoi dintorni” (Milano, 1820). Se tale identificazione fosse corretta, il dipinto attesterebbe che il marchese fu anche pittore, con ogni probabilità a livello dilettantistico, ma comunque dotato di una sensibilità artistica non inferiore a quella di alcuni suoi contemporanei più celebrati.


